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Il dilema di Big AI: sfruttare il lavoro altrui senza retribuire

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Il dilema di Big AI: sfruttare il lavoro altrui senza retribuire
Warsaw, Poland: A stylized interpretation of the ancient Egyptian god Thoth (also the self-styled tag of the artist), states: "Nie bój się niczego, bowiem wszystko jest twoim," translating to: "Fear nothing, for everything is yours."

Il settore dell’intelligenza artificiale (AI) sta affrontando una questione critica: le grandi aziende di AI, come OpenAI e Microsoft, utilizzano il lavoro di altri senza compenso adeguato. Questo include libri, articoli di giornale, fotografie, codici e persino meme originali, essenziali per addestrare i loro modelli di linguaggio. La situazione attuale sembra riflettere un approccio al business conforme al motto “prendere ora, discutere di legalità dopo”.

Un esempio emblematico è la battaglia legale che coinvolge The New York Times, OpenAI e Microsoft. Documenti recenti rivelano che la Microsoft era consapevole delle implicazioni legali nel “importare” contenuti da Internet senza scrupoli. Dr. Brent Hecht, direttore della scienza applicata di Microsoft, ha descritto questo comportamento come un “furto senza precedenti”, e ha etichettato l’uso da parte di AI di contenuti di proprietà altrui come “una delle più grandi ruberie della storia umana”.

Le dichiarazioni delle aziende coinvolte sollevano interrogativi sulle pratiche di AI, che potrebbero portare a una “collasso del modello”. Un documento interno di Microsoft ha riconosciuto che i modelli di linguaggio generativi potrebbero “sconvolgere significativamente l’occupazione delle persone che hanno generato i dati su cui si fonda il modello”. Questo scenario si traduce in una crisi per gli autori, i giornalisti e i creatori di contenuti, i cui lavori sono sfruttati senza un compenso giusto.

Il giudice Sidney H. Stein del Tribunale Distrettuale degli Stati Uniti per il Sud di New York non ha ancora emesso una decisione sul caso. OpenAI e Microsoft si difendono sostenendo che l’uso di articoli e libri pubblici per addestrare i loro modelli contribuisce al progresso della conoscenza pubblica, senza costituire sostituzione economica illecita.

Tuttavia, il sentiment espresso nei documenti legali evidenzia che Big AI comprende la necessità dei contenuti. Le aziende interessate sembrano seguire un modello di business incentrato sul profitto immediato, con poco riguardo per le conseguenze. L’approccio di “prendere e andare” è rischioso e potrebbe avere ripercussioni dirette sul mercato del lavoro creativo.

In un’udienza, un rappresentante di OpenAI ha ammesso che l’azienda non ha messo in atto misure per individuare o rimuovere contenuti protetti da paywall dai propri set di dati. È emerso che, nonostante questo riconoscimento, l’atteggiamento generale delle grandi aziende di AI è di ignorare le problematiche legate ai diritti d’autore e alla proprietà intellettuale, avviando così una spirale di pratiche discutibili.

Inoltre, recenti sentenze, come quelle nel caso Doe v. GitHub, evidenziano che i modelli di AI generativa possono operare in contesti legali complessi, ma non risolvono le incertezze legate ai diritti d’autore. Anche se alcuni tribunali hanno dato ragione a Microsoft e GitHub, il problema non è stato completamente risolto. Le aziende potrebbero comunque utilizzare codici di software open source senza un giusto riconoscimento dei relativi diritti.

Il tema si complica ulteriormente con un nuovo caso legale antitrust contro Anthropic, OpenAI, SpaceXAI e Google, in cui si sostiene che le aziende abbiano coordinato sforzi per rallentare lo sviluppo di sistemi di AI avanzati. Sebbene possa sembrare ragionevole chiedere un rallentamento, questo porta con sé il rischio di limitare la competizione in un mercato in rapido sviluppo.

In definitiva, la questione centrale non è se l’AI debba evolvere — questo avverrà inevitabilmente — ma se le aziende che la sviluppano possano continuare a trattare il lavoro di altri come una materia prima gratuita, sottraendo a creatori traffico, entrate e potere contrattuale. Se non si interviene ora per fermare questa “appropriazione” dell’intelligenza artificiale, i beneficiari saranno solo un pugno di miliardari, mentre la maggior parte di noi potrebbe finire a vivere in una forma di servitù feudalista tecnologica del XXI secolo.

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