Un cambiamento interessante nel panorama delle reti internet è emerso recentemente durante la conferenza annuale dell’ICANN a Bali, Indonesia. Mentre Google ha risolto le anomalie nel suo motore di navigazione Chrome, ora si stanno rivelando i fornitori di servizi internet (ISP) come nuovi consumatori di risorse DNS, probabilmente ben intenzionati ma problematici.
Maud Durand, tecnologa principale di ICANN, ha parlato di questo fenomeno durante l’evento, segnalando che alcune pratiche degli ISP stanno contribuendo a un consumo eccessivo delle risorse della rete. Durante il 2020, i browser Chrome, a causa di un difetto noto come “Chromioids”, generavano quasi il 50% del traffico sui server DNS radice, comportamento che ha spinto ICANN e altre organizzazioni a fare pressioni su Google affinché risolvesse il problema. Fortunatamente, grazie all’intervento di Google, questa percentuale è scesa drasticamente, attualmente rappresentando solo l’1% del traffico DNS, come ha mostrato un grafico presentato da Durand.
Tuttavia, ora ICANN ha rilevato che alcuni ISP adottano una strana pratica di inviare le richieste DNS. Questi operatori inviano ogni singola richiesta DNS tre volte, indirizzandole a Google, Cloudflare e un altro risolutore DNS. Durand ha descritto questa modalità come un approccio “a cintura e sospensori”, sostenendo che normalmente un singolo risolutore sarebbe sufficiente per garantire la stabilità del servizio.
Questa pratica insolita consiste nel inviare richieste su IPv4 e IPv6 e, per le richieste non cachate, ripeterle entro 100 millisecondi per circa la metà delle query. Un ulteriore 30% delle richieste viene ripetuto entro trenta secondi. Durand ha osservato che è difficile determinare se questo comportamento derivi da un errore o da una scelta consapevole e ha ipotizzato che, probabilmente, questi ISP non riescano a reclutare ingegneri di rete competenti, pertanto avrebbero optato per una routine di “forza bruta” per garantire la resilienza del servizio. ICANN è attualmente impegnata nella ricerca per comprendere meglio le cause di questo fenomeno.
ICANN ha espresso preoccupazione riguardo a questo comportamento, sottolineando che gli ISP coinvolti non sono grandi attori del settore, ma che se tali pratiche dovessero diffondersi tra operatori più significativi, il loro impatto potrebbe essere negativo. La questione diventa ancora più critica considerando che il numero di fornitori di servizi DNS è in diminuzione. ICANN ha calcolato che, nel 2020, gli utenti di internet potevano accedere a quasi 250 fattorie di risoluzione DNS; oggi questo numero è sceso a meno di 150, suggerendo una maggiore concentrazione del mercato in mano a poche grandi aziende tecnologiche.
La situazione attuale pone interrogativi sulla resilienza e sull’efficienza del sistema DNS, e ICANN sta lavorando per monitorare questi sviluppi, sperando di garantire una navigazione web sicura e stabile per tutti gli utenti.



